Un grande dilemma, in politica, riguarda gli indagati. Tanti, in realtà, in questo momento.
Un uomo o donna che sia, impegnato nella vita pubblica, che venga coinvolto in un’indagine per un presunto reato commesso, cosa deve fare? Dimettersi subito? Ok, diciamo di sì, ma se poi non è colpevole? O meglio. Se lui sa di non essere colpevole? Deve dimettersi lo stesso?
Se non si dimette l’opinione pubblica si scatena (con qualcuno di più con qualcuno meno); se si dimette, invece, rischia, forse, di essere rovinato per sempre, anche senza aver fatto nulla.
Io non so realmente cosa pensare e che parte prendere. Umanamente penso sia legittimo decidere di non addossarsi colpe quando non si hanno, ma se rivedo per un istante la cosa inserita in quello che è il gioco politico, beh, allora forse mi dico altro. Se di gioco si tratta, queste sono le regole.
Sei accusato di un reato? Scostati per un po’ dalla vita pubblica, dai modo alla giustizia di fare il suo corso (certo, la lumachezza italiana non aiuta), e poi se e quando verrà appurata la tua innocenza, rientra a testa alta, così come sei uscito. E se sei colpevole, invece, almeno avrai evitato una figuraccia a te e al tuo partito. Perché diciamocelo. La politica è fatta di uomini. E tra gli uomini c’è chi pecca. Da che mondo e mondo, e da che il mondo esiste.
Se un uomo rosso, nero, verde, arancione, giallo, sbaglia, a sbagliare non è il Partito. Il Partito sbaglia se non lo riconosce. Ma in linea di massima si pensa diversamente. Se un politico è poco virtuoso allora sarà poco virtuoso il Movimento a cui appartiene. Perché mai? Se io lavoro in un’azienda e scopro all’improvviso che un mio collaboratore è poco pulito, sarò poco pulita anch’io?
Detto questo. Nichi Vendola è stato assolto. Era destino che per lui dovessero aprirsi le porte. Quelle delle Primarie del PD.