Sapete a volte cosa mi fa rabbrividire e arrabbiare? Quando si da’ per scontato che proibendo qualcosa non si risolva la situazione. Una politica proibizionista (che poi, in Italia, esiste veramente?) forse è vero, non garantisce risultati sorprendenti in tutti i campi, ma almeno contribuisce a mettere dei paletti che sono assolutamente necessari quando si parla di una comunità e soprattutto di gestirla. E mi viene da pensare che, nel nostro Paese, si voglia lottare contro il proibizionismo, solo e ancora una volta per buonismo. La parola proibizionismo, sapete, non è sempre da vedere in accezione negativa. Il significato originario è il seguente: Politica affermatasi negli Stati Uniti tra il 1919 e il 1933 volta a combattere l'abuso di alcol mediante divieti di fabbricazione e di vendita; periodo contraddistinto da tale politica. Esiste poi un significato per estensione, che è il seguente: Ogni politica che combatte l'uso di sostanze dannose, proibendone la produzione, il commercio e il consumo.
L’argomento è tornato in auge con varie proposte di esponenti politici che vanno a toccare temi squisitamente etici, soprattutto quelli che riguardano la liberalizzazione di droghe. Ogni tot ecco qualcuno che dice no alla legge attualmente in vigore, la Fini-Giovanardi, che punisce con una segnalazione al prefetto anche la detenzione per uso personale. Prima l’assessore della Lega Nord Gianni Fava (che aveva scatenato non poco putiferio tra le fila del Carroccio, soprattutto dopo l’invito del segretario federale Salvini a non prendere posizioni su temi etici), ora l’ex sfidante Pd alla Regione Lombardia Umberto Ambrosoli.
Non vorrei però che l’argomento, quello sulle finalità di una “politica proibizionista”, si riducesse solo alle droghe. Perché se è vero che parlando di proibizionismo si intende principalmente questo, mi piacerebbe considerare la questione molto più ampia. Perché in Italia vogliamo sempre essere bravi e buoni. E l’essere bravi e buoni viene confuso. Ne è un esempio il dl Svuotacarceri. E’ vero che la detenzione deve avere come finalità il reinserimento in società, ma allora, in virtù di questo, il lato punitivo lo mandiamo a ramengo? Non ci sono posti nelle prigioni e quindi via libera a chi in prigione deve restarci? Noi italiani vogliamo essere davvero quelli che danno una possibilità a tutti? Ma per favore. Così non siamo bravi e buoni, così siamo un tantino fessacchiotti.
I nostri genitori erano cattivi quando ci dicevano NO e non ci permettevano di fare qualcosa? Sì, è vero, chissà quante volte l’abbiamo pensato. Brutti-cattivi! Peccato che lo facessero sempre e solo per il nostro bene.
In Italia c’è invece la (bacata) convinzione che abbattendo i muri, qualsiasi essi siano, tutto possa procedere meglio e soprattutto all’insegna della pace e della felicità. Sbagliato! E non è sbagliato tanto il concetto in sé, quanto il “metodo” di realizzazione. Perché per abbattere i muri bisogna costruire il basamento, affinchè non ci siano crolli. Prima abbattiamo i muri e poi facciamo il resto? Oh mio Dio, non suona sbagliata questa affermazione? Se voglio fare un viaggio costoso ma non ho soldi, cosa faccio? Parto lo stesso e vivo poi di stenti, o prima magari penso a mettere via i soldi che mi occorrono? Certo, ciascuno fa i conti con la propria coscienza. Si tratta di decisioni coscienziose, appunto. Facciamo quello che vogliamo, ma non nascondiamoci ancora una volta dietro l’utopia e il nulla. E soprattutto non pensiamo che dicendo di SI’ ci meriteremo di più una medaglia.