Stamattina mi sono svegliata e ho pensato a un'unica cosa: è il 31 dicembre, di nuovo, un altro anno è passato. E al di là delle solite frasi fatte alla "si stava meglio quando si stava peggio" o "non ci sono più le mezze stagioni" etc etc etc, mi sono detta che non potevo esimermi dal fare un bilancio, a modo mio. Non tanto dell'anno che sta finendo, no no. Quello è un inutile clichè, una cosa che faranno più o meno tutti, una cosa che ritengo superata, visto che ciascuno ricorda sicuramente cosa (ci) è accaduto nel 2015 e cosa vale la pena portare con noi o meno. La nostra memoria è già abbastanza efficiente ed efficace, non credo ci sia bisogno di condividere per forza le nostre gioie e i nostri dolori. A discrezione personale, s’intende. La MIA discrezione è la seguente.
E’ stato un anno strano. Sì, strano è la parola più giusta.
Ho cambiato lavoro, ho fatto valere le mie idee, ho combattuto contro ingiustizie, ho vinto qualche battaglia, ho riso e pianto molto, ho spesso messo da parte i miei desideri per accontentare altre persone, ho dato (ancora una volta) più di quanto io abbia ricevuto. Questa cosa mi rattrista? No, non direi. Sono felice? Bella domanda.
Visto che sto scrivendo sul mio panepolitica, però, mi sembra corretto essere attinente alla questione. Sono in una fase di restyling creativo. Io o il blog? Potrei dire entrambi, ma restiamo sul blog, ok.
Sapete che il nome panepolitica arriva (credo) da un sogno, visto che una bella e qualunque mattina mi sono svegliata con le due parole PANE e POLITICA impresse a caratteri cubitali nella mia testa. PANE come qualcosa che tutti mangiamo, e POLITICA come la mia passione. Una politica fatta per tutti, una politica vista dalla gente, una politica comprensibile e accessibile, una politica che potesse rendere tutti noi attivi. Non è cambiato granchè, mi tocca ammetterlo. Questo è rimasto un sogno, nonostante la classe politica si sia ringiovanita un pochetto, e il linguaggio sia diventato un po’ meno ridondante. Ma il messaggio rimane sempre lo stesso: i cittadini sono distanti. I cittadini vanno tenuti a debita distanza. Perché si sa mai che possano diventare “pericolosi”.
E allora, (scusate se salto di palo in frasca), visto che nell’ultimo anno, tra le altre cose, mi sono dilettata anche un po’ in cucina, e ho capito che spadellare e avere le mani unte di olio, burro e sugo, può essere anche rilassante, mi sono chiesta che cosa abbiano a che fare il cibo e la politica. Molte cose.
Entrambi possono essere buoni o cattivi. Entrambi possono essere amari o dolci. Entrambi possono far sognare. Entrambi possono essere gettati nella spazzatura se non riescono come avremmo voluto. Entrambi possono lasciarci un buon sapore. Entrambi possono far ingrassare o dimagrire (nel senso più calorico della questione o simbolico). Entrambi possono farci ridere o piangere. Entrambi possono farci dire: “Questa è l’ultima volta che ti mangio (o voto)". Entrambi possono farci fare mille buoni propositi: “Da domani mi metto a dieta o da domani farò in modo di contribuire a cambiare le cose”. Entrambi possono illudere o disilludere. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito, ma mi fermo qui perché dobbiamo prepararci tutti per i festeggiamenti di San Silvestro.
Ho pensato così di associare ai fatti della politica un piatto. Cucinato e preparato con le mie mani, ovviamente. Perché è vero, la politica pare sempre uguale. Nulla cambia, cambiano solo i volti (?). E allora cerchiamo di colorarla come meglio possiamo, e darle soprattutto un sapore diverso.
In quanto al nome del mio blog non ho nemmeno bisogno di cambiarlo. Racchiude già in sé le due cose. Un alimento e la parola politica. Perfetto.
Perfetto come un cerchio. Che inizia e finisce nello stesso identico punto.



