Mentre in Senato si discute la riforma che dovrebbe cambiare l’assetto di Palazzo Madama, mentre l’Europa sta per riunirsi per cercare soluzioni all’emergenza immigrazione, mentre in Commissione alla Camera si comincia a parlare di Ius soli, io penso invece al lavoro. Non tanto alla Riforma del Lavoro, che per certi versi e volendo essere morbidi nell'analisi, ha anche portato delle migliorie (vedi l’abolizione dei vari contratti atipici Co.Co.Co, Co.Co.Pro. e così via), ma al modo in cui tutti ci approcciamo alla professione che svolgiamo.
Cerco di spiegarmi meglio. Il lavoro è un ciclo. C’è chi sceglie di restare tutta la Vita in un’unica azienda, c’è chi invece per scelta o per necessità cambia. Tra questi ultimi, troviamo chi cambia per curiosità naturale, per carattere, per aspirazioni; c’è chi invece cambia perché semplicemente non ha la possibilità di restare nel posto di lavoro in cui vorrebbe restare.
Una volta, ai tempi dei nostri genitori, o ancora più remoti dei nostri nonni o bisnonni, il lavoro era un rito. Il lavoro era una famiglia. Un giovane arrivava in un’azienda, veniva istruito, veniva accompagnato nel percorso della pratica e veniva cresciuto affinchè diventasse un membro a tutti gli effetti di quella realtà.
Salvo rare eccezioni di non-rendimento o altri comportamenti poco consoni, quello stesso giovane era destinato così a restare in azienda, partecipando attivamente a tutto ciò che la rappresentava. Parte del successo delle imprese stava proprio anche in questo. La parola turn-over, in linea generale, non esisteva.
E’ vero. I tempi sono cambiati e io sono sempre stata per la flessibilità. Intesa come cambiamento e boccata d’aria pura, s’intende. Non come sfruttamento all’occorrenza. I tempi sono cambiati e questo è normale, ma sono cambiati anche un po’ in modo storto. Le aziende hanno cominciato a risparmiare, a non assumere più, a servirsi di collaboratori e non di dipendenti (il che cambia le prospettive), a far fare agli stagisti quello che invece dovrebbe fare un professionista e così via. Le aziende hanno insomma inserito nel loro vocabolario la parola TURN-OVER che prima non esisteva, e non solo perché non si parlava l’inglese come si parla oggi.
All’improvviso ecco la crisi, le poche risorse, l’impossibilità di dare garanzie ai lavoratori. Ma tutto RIENTRA IN UN CIRCOLO VIZIOSO. Perché se è vero che la crisi e la recessione hanno tagliato le gambe alla maggior parte di piccole e medie imprese, è altrettanto vero che a questo grande simbolico suicidio di massa ha contribuito anche l’atteggiamento. Di cui sopra.
Sabato scorso ho presentato una serata per il 70esimo anniversario di una delle aziende più storiche del territorio milanese/brianzolo, la Malvestiti S.p.a. Fondata nel 1945, è la classica azienda che è passata di mano in mano all’interno della stessa famiglia, la classica azienda dove i figli e i figli dei figli hanno saputo mantenere alto il prestigio e valorizzarne le risorse. Dove per risorse si intendono anche (e soprattutto) i lavoratori.
Devo ammetterlo: mentre ero lì, mi sono emozionata. Difficilmente si vedono rapporti tra capi e dipendenti così limpidi e naturali. In una sala gremita di persone ho visto di tutto. Uomini e donne, anziani e giovani. Tutti con il sorriso sulle labbra, e non solo perché quella era una serata di gala e di svago.
Competenza, bravura, lungimiranza, export, strategie….. tutto ciò è alla base di una ottima e sana capacità imprenditoriale. Ma dando per assodato e per scontato questo aspetto, c’è un’altra cosa che occorre sottolineare. Un punto che, pur essendo basico e quasi banale, non viene colto da tutti. L’azienda ha capito che l’anello forte della faccenda è proprio tutta quella gente là.
Turn-over? Cosa significa? Boh!
Però per non saper né leggere né scrivere, a un certo punto mi è venuto solo un dubbio. Così mi sono avvicinata a un dipendente:
“I giovani, le new entry, come sono inquadrati qui?”
“Arrivano tutti dalle cooperative ma subito dopo vengono assunti come Malvestiti S.p.a.”
Ah, allora avevo capito bene. Quello che stavo osservando non era solo una bellissima facciata per la circostanza festosa. L’azienda da’ fiducia ai lavoratori e i lavoratori diventano appassionati. Si impegnano. Portano risultati. Danno successo a tutto.
Non ho alcun legame con la Malvestiti S.p.a., ovviamente. Vorrei specificarlo per non dare adito a errate interpretazioni. Non prendo alcuna percentuale per questo post e non intendo fare pubblicità occulta. E' solo e semplicemente un simbolo. Come lei moltissime altre aziende concepiscono il lavoro in questo modo. E’ solo che ho toccato con mano quello che significa, ho visto l’emozione delle persone presenti, nel parlare dei risultati e obiettivi aziendali. Cose che di norma annoiano da morire.
Certo, per bilanciare potrei portare invece esempi negativi di aziende, tanto per evidenziare come a volte il successo o l’insuccesso siano già scritti da qualche parte. Ma non lo farò, almeno per il momento.
Solo non raccontiamoci st…..upidate. Non sarà un caso, non sarà solo fortuna. Le favolette lasciamole a qualcun altro. Chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca prima o poi si ferma. Chi invece fa diversamente, il bicchiere lo può riempire quando più lo desidera.
Il suo e quello dei suoi dipendenti.



