Apparentemente questo post potrebbe non centrare nulla con il mio panepolitica. Forse da una parte ho voglia di mettere per iscritto quello che ho vissuto negli Emirati Arabi Uniti, così che nero su bianco le sensazioni potranno sempre rimanere.
Ma in realtà, proprio mentre ero lontana dall’Italia, la mia ispirazione mi ha portata a riflettere su alcuni particolari che, nonostante dovrebbero essere ulteriormente approfonditi, non sono facili da individuare quando siamo a casa nostra.
Quando ho deciso di partire per Dubai, mi aspettavo una città diversa.
Tecnologica, all’avanguardia, work in progress, decisamente più vicina alle nostre abitudini, quelle italiane. Mi ero creata nella mente una piccola metropoli americana, giusto per rendere l’idea, tutta fatta di grattacieli ed elementi futuristici. Non che in parte non sia così, ma appunto. In parte. E’ vero, c’è il grattacielo più alto del mondo, il Burj Kalifa: 828 metri, la più alta struttura mai costruita dall'uomo: ha superato l'Antenna radio di Varsavia che misurava 646,38 m. Oltre ad essere entrata nel guinness dei primati, la Torre è anche la prima struttura umana a superare i 700 e gli 800 m.
L’impressione è davvero quella di sovrastare il mondo. Mentre ero su su in cima, guardando quello che c’era sotto, senza nascondere una certa emozione, ho avuto un sussulto. Ecco un chiaro messaggio. Qui ci stanno dicendo che il controllo è totale. Occhio, ti sto osservando. Occhio mondo. Sei mio. Brividi.
La Torre si trova in una delle parti di Dubai maggiormente futuristica, proprio accanto al Dubai Mall, il centro commerciale. Negozi di lusso, ristoranti (carissimi), Bar, Cafè, Club dove entrando si abbandonano le costrizioni (si può bere e fumare – non dimentichiamo che l’alcool negli Emirati Arabi Uniti è vietato per legge). Entra e esci, esci ed entra: due situazioni, due modi di essere. E sempre con il primo piano fotografico del Presidente Emiro Mohammed bin Rashid Al Maktum, appeso nelle vie, fuori dai negozi, in tangenziale: un’ immagine che sovrasta (anche questa) tutto. In taxi, a piedi, in spiaggia, c’è sempre lui, il Primo ministro, che ricorda probabilmente i doveri di ciascuno, cittadini e non. Senza però guardandoli(ci) negli occhi.
(Ovviamente mi sono chiesta con un sorriso: ci piacerebbe avere una foto di Renzi in ogni angolo del Paese?)
E’ illegale negli Emirati Arabi Uniti diffondere le idee di una religione (a parte l'Islam) attraverso qualsiasi forma di media, in quanto è considerato una forma di proselitismo. Il 76% della popolazione totale è musulmana (85% sunniti, 15% sciiti), l'8% è cristiana, mentre il 15% professa altre religioni, principalmente induismo e buddismo. Giusto per andare dritti al succo della questione, a Dubai, come negli Emirati, le altre religioni non sono bandite, ma oltre alla foto di cui sopra, c’è sempre qualcos’altro che ricorda a tutti che l’Islam è l’unica ragione. Ad esempio la filodiffusione per la città del richiamo alla preghiera, che avviene 5 volte al giorno. Vale a dire: chiunque partecipa (o deve partecipare?) alle attività nelle Moschee.
E la visita in Moschea (una delle tante in Dubai) era doverosa. Una visita che ha previsto anche una sorta di conferenza stampa tenuta da una donna americana che per scelta, anni fa, ha deciso di convertirsi all’Islam. Lei è stata molto friendly, simpatica, coraggiosa, ma devo dire la verità, poco incline a valutare le remore o domande di chi, come me, era seduto lì, sulla moquette. Rispettando qualsiasi tipo di religione, nemmeno a dirlo, mi aspettavo o speravo, forse, di percepire che anche le donne, in una città come Dubai, potessero essere più “libere”. Certo, la situazione è molto variegata. Ma girando per le strade, ho subito notato che le mie alter-ego arabe, erano coperte dalla testa ai piedi. Donne di tutte le età, anche giovanissime. Mi guardavano, e io guardavo loro. “Chissà cosa pensano di me”, questo me lo chiedevo sempre. E l’ho chiesto anche a quella donna nella Moschea: “Ma voi cosa pensate di noi occidentali? Il nostro modo di essere, di vestirci?”. Ho notato uno strano lampo nei suoi occhi, mi aspettavo un sorriso, ma non c’è stato. La risposta? “Noi vogliamo la sobrietà, perché se si mettono in mostra le forme, verremo (leggi: verrete) valutate solo per il nostro (vostro) aspetto fisico e non per il resto”.
Non ho chiesto altro, anche se moltissimo avrei voluto chiedere, ma è stato come realizzare che comunque sarebbe stato difficile trovare un punto di incontro. E poi c’era la difficoltà della lingua. Mi sono detta: “Ok Manu, non chiedere più nulla ma quando torni in Italia informati meglio”. Così farò. Però mi spiace molto aver notato questo atteggiamento distante da donna a donna. Mi chiedo se anch’io le ho dato la stessa impressione. Forse sì.
Poco dopo questa visita ho preso la metropolitana e salendo ho visto questo cartello.
Una carrozza solo per donne e bambini, con tanto di multa per gli uomini che la occupano. Peccato non averla vista prima, altrimenti avrei chiesto alla donna nella Moschea se anche questo è sinonimo di sobrietà. Cosa significa? Che le donne, in una carrozza riservata, sono al sicuro (da cosa non si sa), o che le donne non possono mischiarsi con il genere maschile? Non l’ho capito, come non capisco (ma questo è normale) la differenziazione di base. La religione, o ancora meglio, Dio (chiamiamolo come crediamo), vorrebbe questo? Non lo so.
E gli uomini non fanno certo molto per evitare questo divario, anche solo con il loro sguardo. Li ho divisi in due categorie: quelli che ti guardano come se non avessero mai visto una donna (in modo non troppo pudico) e quelli che invece non ti degnano di uno sguardo (è sempre rispetto anche questo?). Per esempio, più di una volta i tassisti non mi hanno nemmeno salutata, né all’inizio della corsa né alla fine. Per fortuna è stata la minoranza di loro. Gli altri sono stati tutti più o meno gentili, nonostante la loro limitata conoscenza della città. Consiglio: se volete prendere un taxi a Dubai munitevi della mappa della città: sarete voi a dover mostrare la strada. Per fortuna sono econonomici. Insomma, prendete il giro in taxi come conoscenza di una parte della loro “cultura”.
Quello che è certo è che non si perde tempo. Oltre a essere una realtà costruita a tavolino, ma questo si sa, a Dubai non si smette di costruire. E si sta già lavorando per Expo 2020, che si terrà proprio lì (il tema scelto è Connecting Minds, Creating the Future, Connettere le menti, creare il futuro – nemmeno a dirlo - ). Mi è parso proprio, guardando in giro, che i lavori siano persino più avanti di Milano, dove l’Esposizione Universale si terrà tra meno di due mesi. Argh.
Montagne di sabbia, cantieri, passaggi bloccati (soprattutto quelli che portano alla spiaggia, attenzione), ma anche contatto con le tradizioni e il passato. Dubai è un formicolio costante. Lo spirito di osservazione, necessario più che mai, si trova impegnato ad assorbire particolari tipici del business e delle grandi città mondiali, ma allo stesso tempo quelli della realtà più terra-terra. Dal Burj Kalifa (di cui ho già parlato), all’antico mercato delle spezie, lo Spice Souk (accanto, per paradosso, se vogliamo, c’è il Gold Souk, il mercato dell’oro), un piccolo angolo del vecchio quartiere arabo che si affaccia sul Creek dove si vendono spezie e souvenir di ogni tipo. E’ la parte vecchia, la Old City, Bur Dubai. Gli odori, le voci, le atmosfere tipiche di una città che è rimasta quella di una volta.
Perché fare questo resoconto che suona un po’ come un diario di viaggio?
Perché quelli che ho espresso mi sembravano spunti di riflessione, ciascuno nella loro specificità.
Se ci pensiamo bene i punti toccati sono questi: le culture diverse che si incrociano, anche fosse per pochi giorni, e che devono cercare un modo di convivere che sia rispettoso di tutto (io sono andata la’ e pur non condividendo alcune cose ho agito tenendo conto della visione altrui); il turismo e la volontà o meno di rendere la città più alla portata di tutti; la politica, per cui esiste un sistema che regola la realtà e che controlla. E poi la religione che ci insegna a capire come non ci debba essere obbligo assoluto ma rispetto. E ancora lo sguardo al futuro e la capacità di stare al passo con i tempi che non devono però penalizzare le nostre tradizioni, il contatto e il legame con il passato, che nessuno potrà e dovrà MAI strapparci via.
In tutte queste cose, noi italiani siamo bravi?













